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Il morto “abbinato” al piatto

Posted: Maggio 22nd, 2022 | Author: | Filed under: Critica | Tags: , | Commenti disabilitati su Il morto “abbinato” al piatto

Nota: in origine questo articolo avrebbe dovuto includere link, screenshot e foto comprovanti quanto scritto. Mi rendo conto che sarebbe come rimestare ancor di più nel torbido e, in un certo senso, citare più del dovuto sarebbe un po’ come prendere parte al gioco dei media: “parlare male, purché se ne parli”. Ho deciso dunque di non pubblicarli, ma le prove sono in giro, basta cercare su Google o altri motori di ricerca, come ho fatto io.


Fra le tante correnti di contenuti portati su YouTube, ce ne sono alcune che mi creano più di qualche fastidio. Una di queste si chiama mukbang: video della durata minima di un’ora, in cui un gruppo di persone perlopiù venti-trentenni si siedono a un tavolo e mangiano porzioni sovrabbondanti di cibo proveniente da fast food più o meno noti al popolo europeo. Il tutto ha una presentazione accattivante che indugia sulle caratteristiche di questi cibi poco salutari, sottolineandole con giochi di luce e pose plastiche per prendere lo spettatore per la gola. In questi video, i commensali chiacchierano del più e del meno e, a mio modesto parere, altro non sono che un traino per gli sponsor dei prodotti in bella mostra.

C’è poi una sottocategoria del mukbang in cui i commensali parlano di un argomento specifico e si scambiano informazioni in merito. Com’è ovvio, siccome si può parlare della qualunque, a ruota libera, finché non si esauriscono i fattoidi da snocciolare al pubblico o si è gonfi di cibo, è inevitabile che si entri in uno di quegli argomenti che, per sua natura, genera un sacco di interesse per l’intreccio che si crea col morboso: gli omicidi. Serial killer, casi irrisolti, stragi: tutti vengono raccontati anche con dettagli abbastanza specifici nella loro efferatezza. Il tutto mentre i commensali ingoiano patatine fritte e sgranocchiano il nuovo panino multistrato col formaggio colante dal menù sponsorizzato da Burger King.

La prima domanda che ci si può porre, quella più ovvia, è quella morale: ci si chiede se sia giusto discutere di questi argomenti mentre si mangia. A questa non saprei rispondere, perché dipende dal proprio limite personale. Tante sono le occasioni per parlare di argomenti che possono risultare fastidiosi, destando indisposizioni e avversioni in chi li riceve; per la legge dei grandi numeri, sono sicuro che esistano dottori che descrivono nei minimi dettagli le operazioni chirurgiche da loro eseguite con tutta la tranquillità del mondo mentre mangiano la bistecca, come esistono anche ascoltatori interessati a questo tipo di argomenti. A me è capitato di parlare di misteri e serial killer italiani davanti a un piatto di insalata alla caprese, perché ho la fortuna di avere qualcuno con cui parlarne in modo limpido, non morboso, come una condivisione semplice. Secondo me i problemi sono due, distinti dal gusto personale e più legati ad aspetti del pubblico e della società in cui viviamo.

In generale, diffondere a un potenziale ampio pubblico informazioni su casi irrisolti, omicidi efferati e altro collegabile alla sfera legale è controproducente e irrispettoso. È irrispettoso verso chi è sopravvissuto, per esempio i famigliari delle vittime coinvolte, perché in fin dei conti è un rievocare doloroso, nel già difficile quotidiano per chi ancora lotta per elaborare il lutto o lo shock; a ciò va unita la percezione che la propria disgrazia personale sia diventata argomento triviale tra due commensali gozzoviglianti. È controproducente, perché rivela dettagli sul modo in cui vengono condotte le indagini. È quello che viene chiamato “effetto CSI”. Con la popolarità della serie televisiva e, in generale, di tutte le serie che coinvolgono unità speciali di indagini scientifiche (il genere è codificato come «police procedural») si è assistito a una maggiore coscienza dell’operato delle forze dell’ordine. Al tempo stesso, però, è aumentata la conoscenza su come ridurre il numero di prove a carico da parte di chi ha compiuto il crimine.

So bene da dove sto scrivendo un paragrafo del genere, perciò mi permetto di espandere: se voi sapeste che tra i compagni c’è chi ha commesso qualcosa di irreversibile e vorreste mostrare al mondo cosa ha compiuto, vedere cancellate le prove della colpevolezza è più di un bastone tra le ruote.

Infine, c’è l’aspetto più capitalistico da tenere a mente. Questi video, come ho ripetuto, sono sponsorizzati o sostenuti da catene di fast food, cibo spazzatura e marche di cibi precotti come ramen instantanei. Si tratta di video che, soprattutto su YouTube, propongono pubblicità durante lo spettacolo, oltre a sezioni registrate apposta per lo sponsor e inserite nel video stesso. Un business pubblicitario ragguardevole che monetizza sulle aberrazioni umane senza porre alcunché di davvero formativo o utile, non dissimile da quei programmi tipo “Vite al limite” o quegli pseudo-documentari sui delitti che più han suscitato clamore nell’opinione pubblica. Si risponde all’esigenza di una fetta di mercato – sentirsi meglio a discapito di altri – conquistandola con la catena sponsorizzata. Nessuna delle due categorie – creatori e spettatori – guadagna davvero qualcosa, solo gli sponsor, ai quali nteressa che un video raggiunga e superi una soglia psicologica di visualizzazione. Più visualizzazioni significa più visibilità del proprio prodotto. Più l’argomento è morboso, più esso garantisce un certo ritorno.

 


 

Il 21 maggio di quest’anno la pagina principale di “Repubblica” propone la sua scelta di notizie in primo piano da dare al pubblico. Tra queste ce n’è una che non è una vera notizia, quanto piuttosto una ricetta proposta dalla firma Anna Veneruso: la pasta col miele. Il titolo introduce tale ricetta come occasione per celebrare la «giornata dell’ape». Si è pensato subito che si trattasse di un articolo dai toni leggeri e frivoli, quelli che ci si aspetta da queste genere di pezzi per una rubrica – quella della cucina – associata al buonumore o all’elogio dei sapori.

Di sicuro nessuno si aspettava di leggere, nel riassunto introduttivo di quella ricetta, dell’omicidio D’Antona avvenuto nello stesso giorno del 1999. Soprattutto se il sequitur è, appunto, “Cosa serve per quattro persone?”. La cosa ancora più agghiacciante è che l’omicidio D’Antona, descritto come «fatto del giorno», fosse relegato in calce alla ricetta, preceduto dalla menzione completa di una «giornata dell’ape» per celebrare la presenza in natura di questo insetto. Toni frivoli dunque, in contrasto scioccante con il paragrafo striminzito a cui hanno relegato l’omicidio D’Antona, in cui si parla di volti attoniti e lacrime versate da Giorgio Bocca.

In poco tempo lo screenshot della notizia pubblicata su “Repubblica” diventa virale; per passaparola, tutti si accodano per ammirare l’abominio. Dopodiché sappiamo come funzionano le indignazioni social: una persona commenta, al quale si legano altre due persone, alle quali si accodano altre quattro a strepitare, assieme a cui inveiscono altre otto. Verso le 14, il gestore della profilo Twitter di Repubblica twitta che si è trattato di «un errore» e il riferimento è stato rimosso.

È sempre brutto vedere i giornalisti sorpresi a mentire per salvare la faccia.

Non si è trattato di “un” errore, un singolo errore: l’articolo della Veneruso faceva parte di una rubrica intitolata “Ricette in redazione”, il cui espediente era quello di preparare «ogni settimana un piatto “abbinato” a una notizia». Andando a ritroso nella ricerca adoperando questa frase, si scopre che questa rubrica esisteva già nel 2021 e in calce a ciascun articolo, nel corso della sua pubblicazione, era presente un fatto associato alla ricorrenza del giorno: l’omicidio di Ilaria Alpi nel 1994, l’incendio di Notre Dame del 2019, il sequestro di Daniele Mastrogiacomo del 2006, l’omicidio di Olaf Palme nel 1986. In tempi più recenti aveva accomunato il primo anno di vita della testata e la morte di Giorgiana Masi, anno 1977. In tutti i casi, c’era sempre il «piatto “abbinato”», con quelle virgolette ironiche a indicare che sì, non sono cose che si abbinano. D’altronde stento a capire la mente di chi associa la morte di Giorgiana Masi a un rotolo dolce alle fragole. Non “un” errore singolo, dunque.

Parlare quindi di “piatti abbinati alle vittime del terrorismo”, come scrive Dagospia per cavalcare lo scandalo creatosi, è sbagliato. È altresì sbagliato pensare che fosse una rubrica dedicata solo a fatti di sangue o di orrore. Perfino a una ricerca meno attenta salta fuori l’associazione di alcuni piatti erano argomenti di più largo interesse, come per esempio il matrimonio fra il principe William e Kate nel 2011.

A questo punto ci si può domandare l’ovvio: come mai solo adesso si è sollevata una indignazione così forte, se la rubrica andava avanti almeno dal 2021. Una domanda che va di pari passo con l’autoincensamento della stessa “Repubblica”, voluta da Maurizio Molinari, che si vantava fino a due giorni prima di essere «il primo sito news in Italia» con almeno tre milioni di visualizzazioni al giorno. Tre milioni di paia di occhi dovrebbero aver visto bene una roba scioccante come questa. Perlomeno, avrebbero dovuto.

Purtroppo non conosco buone risposte, se non una: questione di circostanze e sensibilità personali. In un buon numero di volte, gli articoli precedenti a quelli del 21 maggio erano stati consegnati a un pubblico distratto da altre notizie. Almeno su Twitter, la ricetta con annessa la morte di Giorgiana Masi, per esempio, è andata online nelle ore in cui l’Ucraina subiva l’attacco della Russia. Quella con la morte di Ilaria Alpi, invece, è stata oggetto al massimo di qualche canzonatura dei tipici troll o commentatori selvaggi che si fermano al solo titolo e sparano battute con la speranza di essere screenshottati dalla solita pagina dedicata di turno. Sulla guerra in Ucraina, sappiamo bene come si sia polarizzata la faccenda nel corso dei mesi. Esiste anche una pagina Facebook, accessibile anche senza essere registrati, che rappresenta la costola culinaria di “Repubblica”; come accade spesso per le pagine satellite di quella principale, il numero di reazioni è stato molto contenuto, quasi inesistente. Questo perché, ancora una volta, c’erano argomenti ben più scottanti che hanno dominato l’agenda quotidiana delle discussioni virtuali e reali. Ci sarebbe da dire tanto sul modo totalizzante col quale le principali testate giornalistiche hanno trattato argomenti come la pandemia, i lockdown, le restrizioni, le cacce agli untori e l’elogio della delazione, ma è un argomento per un’altra occasione, se ci sarà altra occasione.

Vediamo un giorno come quello del 21 maggio: la guerra in Ucraina è ormai pianta stabile dei giornali da circa novanta giorni, al punto che spesso non è nemmeno la notizia di apertura; il pericolo COVID è rannicchiato nei soli bollettini mentre l’Italia guarda alla riapertura; di tante altre notizie che si potevano dare, Repubblica sceglie di battere l’autopromozione della sua presenza al Salone del libro di Torino. Si è trattato, in altre parole, di un giorno debole in termini di attrattiva. È stato quindi inevitabile che le circostanze abbiano portato a una maggiore visibilità di quel contenuto. In più, il terrore delle Brigate Rosse era stato rievocato sia con la notizia delle indagini al gruppo P38, presunti colpevoli di aver fatto apologia del gruppo terrorista, e pochi giorni prima dal direttore del Tg2 Sangiuliano. Egli aveva partecipato in modo attivo a un convegno di Fratelli d’Italia e, di lì a poco tempo, aveva denunciato l’apparizione di un simbolo «riconducibile» alle Brigate Rosse in uno degli ascensori della RAI. Una ricostruzione poi smentita attraverso le foto pubblicate da chi quell’ascensore lo usava per mettersi in posa, con date di molto precedenti alla presunta apparizione.

È bastato solo accennare il nome delle Brigate Rosse, però, per rievocare il passato di sangue degli anni di piombo in una condizione sociale, quella odierna, molto segnata da grandi tensioni sociali post-lockdown. La somma di tutto questo, unito alla viralità assegnata dall’algoritmo di Twitter, ha portato all’ondata di sdegno virtuale.

Anche per questo è sbagliato pensare, inoltre, che si possa parlare di un semplice “errore”, qualcosa di paragonabile alla svista dovuta a grande fatica o stress, alla marachella di un bambino. Il profilo LinkedIn della Veneruso parla di un’esperienza trentennale come firma di “Repubblica”. L’idea deve essere stata proposta e discussa, deve essere arrivata alle orecchie del direttore generale. Se in nessun angolo del cervello di coloro che hanno sentito questa idea, né in chi l’ha elaborata, ha suonato un campanellino d’allarme; se tutti sono andati avanti nella produzione di questo contenuto, nonostante le contenutissime e sparute reazioni, nonostante le critiche che potevano essere mosse in pubblico o meno; se di fronte all’idea di abbinare un fatto di sangue a una ricetta dai toni frivolissimi non ci si è posti lo scrupolo di fermarsi e domandarsi se questo, in qualche modo, non porti a una trivializzazione e conseguente banalizzazione; ebbene, non ha senso parlare di “errore”. Sono state compiute decisioni in piena coscienza. È stata zittita la voce dissonante dentro di sé per rispondere a una esigenza di mercato. È un atto doloso, per me, né più né meno.

 


 

Dalle 12 del 21 maggio 2022, gli articoli della Veneruso sono stati posti dietro al paywall per scoraggiare i detrattori, forzandoli all’acquisto di un abbonamento. Tutti eccetto quello sulla pasta col miele. Quello è ancora visibile e aperto alla consultazione di tutti.

Forse perché la figuraccia è stata così grande, in tanti ne hanno parlato – perfino testate minori di sicuro non avverse a Repubblica. L’idea era pessima, di sicuro nessuno si aspettava una reazione così.

O forse perché, dato il traffico generato, ci sarà qualcuno che cercherà su Google quell’articolo specifico, anche grazie all’associazione dell’algoritmo con quelle specifiche parole, e la proporrà con la stessa curiosità morbosa che spinge quei “turisti” nei luoghi dove si sono consumati orrori. Un turismo che i giornalisti conoscono bene dai tempi di Cogne. E che ora, per compensazione perversa dei danni subiti, sembra quasi un business di ritorno su quei trend dei turisti dell’orrore che hanno favorito. D’altronde, ora appare come una ricetta qualunque a cui associare qualcosa di malvagio.

Più l’argomento è morboso, più la gente torna. Il disprezzo paga. Ai direttori di testate non serve altro che abbinare un vino rosso, scuro, sanguigno? La mia speranza è che non sia così, ma ogni giorno l’asticella sembra sempre più bassa.


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